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Questa è la storia di un viaggio, un viaggio nei luoghi dell’inclusione sociale del Comune di Pistoia….

  1. Ritrovarsi soli, senza più risorse né una casa ove tornare né un riparo ove dormire, senza affetti che riscaldino il cuore indurito dalle difficoltà; ritrovarsi ai margini fino quasi a scomparire, a diventare invisibile, quattro stracci pulciosi sulla panchina di un giardinetto di giorno o di notte sotto il portico del Teatro Manzoni. Nel buio della disperazione più nera sembra di intravedere una luce, dalla porta socchiusa dell’Albergo Popolare, non ancora una casa, ma un letto, lenzuola e asciugamani puliti, una doccia calda e del sapone; il Centro Mimmo dove posso trovare un paio di scarpe del mio numero adatte alla stagione e qualche vestito che sostituisca i mie vecchi logori cenci; la Mensa don Siro Butelli dove mani amiche possono regalarmi un pasto caldo, un sorriso, ascoltarmi senza guardarmi col solito disprezzo a cui ho finito per abituarmi; il Centro Interculturale, la babilonia felice dove si parla e si capisce anche la mia lingua dove mi si guida nei sentieri talora tortuosi della burocrazia, perché ritrovare la dignità passa anche dal rispetto delle regole.

  2. Perdere il lavoro ha significato il rischio di ritrovarsi sotto sfratto e di finire con la famiglia in mezzo ad una strada…da non dormirci la notte; attraverso i percorsi di inclusione sociale, nei laboratori di Manusa, ho ricominciato da capo, ho ritrovato la fiducia nelle mie capacità, ho realizzato che oltre al lavoro che ho perso potevo impararne altri e reinventarmi senza paura. Col primo tirocinio retribuito è arrivata anche la chiamata dall’Ufficio Casa per l’assegnazione di un alloggio popolare; il quartiere non è molto vicino alla città, per pagare gli ultimi canoni dell’affitto ho venduto anche la macchina, ora andiamo a piedi, in bici o con i mezzi, ma non potevamo rifiutare. È stata una ripartenza, dalla periferia; i palazzi fuori non erano bellissimi, ma abbiamo dato alla nostra nuova casa decoro e dignità e persino un tocco di allegria; il progetto tutor di condominio ci sta aiutando a conoscere gli altri condomini ed a ritrovare insieme il senso profondo del rispetto dei beni comuni che è anche e soprattutto rispetto di sé e degli altri.

  3. Diciassette anni, la famiglia lontana oltre il canale d’Otranto e tanta miseria da cui scappare, una lingua, l’italiano, ascoltata solo in televisione, straniero, minore, non accompagnato; nel gruppo Appartamento di Via delle Logge ho trovato una casa, altri ragazzi come me che stanno imparando la lingua ed un mestiere, ma prima di tutto le regole della civile convivenza con gli altri; poi ho anche imparato a suonare la batteria e con un gruppo di ragazzi che suonano altri strumenti ci ritroviamo per le prove nello spazio polivalente Melos dove stiamo organizzando uno spettacolo a fine anno scolastico. Frequento, infine, la Camposampiero dove ho iniziato un percorso di agricoltura sociale che mi riporta al contatto con la terra, mi fa sentire meno la nostalgia di casa, mi lascia intravedere la speranza di poter fare qualcosa di buono per aiutare la mia famiglia lontana.

  4. Talora si pensa che nascere poveri sia il peggiore dei mali; non sempre è la povertà economica quella che rende difficile crescere in una famiglia serena. Sono nato da due genitori che poveri non erano e che forse si erano anche amati, ma quando l’amore è finito hanno pensato solo a farsi la guerra, dimenticandosi di me, lasciandomi sospeso in un perenne conflitto di lealtà nei confronti di entrambi, provocandomi sofferenze profonde, finchè, su proposta del Servizio Sociale, il Tribunale per i Minorenni ha deciso di affidarmi temporaneamente ad un’altra famiglia, trovata dal Centro Affidi, una famiglia italiana con altri due più figli più piccoli. Un’esperienza bellissima, ma troppo breve; dopo due anni sono ritornato definitivamente a casa di mia madre e vedo mia padre abbastanza spesso; con la famiglia affidataria conservo un bel rapporto; al mattino vado a scuola, nel pomeriggio frequento il Centro Arcobaleno, gli amici e gli educatori che ho incontrato lì mi aiutano a sopportare meglio un rientro a casa che non è stato per niente facile.

  5. Essere diversi spesso fa sentire di essere sbagliati, storti, in un mondo che non accetta le imperfezioni, che rigetta gli scarti venuti male, che lascia ai margini persone speciali che possiedono particolari, non convenzionali abilità; al Laboratorio L’Incontrario mio figlio ha imparato a sentirsi un vero artista; altri, più grandi o più piccoli, trovano ogni giorno il loro spazio e la loro realizzazione alla Fabbrica delle Emozioni o al Punto Matto ed i genitori come me provano per una volta l’orgoglio di avere dei figli speciali ed un po’ di sollievo dalla fatica di doversi sempre occupare di loro e di non sentirsi mai abbastanza adeguati per le loro esigenze.

  6. La scienza e il progresso hanno fatto di tutto per farci vivere più a lungo, ma la società i vecchi non li sopporta; li chiama anziani, quasi per delicatezza, ma si dimentica troppo spesso di loro. Figli e nipoti tutti troppo indaffarati a correre da una parte all’altra per riempire le loro giornate, mia moglie se n’è andata due anni fa ed io sono rimasto solo. Almeno in Via del Can Bianco c’è Anzianinforma dove posso rivolgermi per non restare fuori dal mondo; ma le giornate non passano mai; ho cominciato a rendermi utile aprendo e chiudendo ogni giorno il Giardino del Carbonile ed a frequentare L’Angolo; poi il Comune ha messo in piedi il progetto dell’Amministratore Sociale e mi sono proposto per dare una mano attraverso l’associazione di volontariato della quale da anni sono socio. La carta d’identità non mente ed il tempo è un impietoso tassametro, ma fare qualcosa per gli altri mi fa sentire vivo.

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